Renzo Vespignani - Ugo Attardi - Ennio Calabria

Roma negli anni Sessanta. L’attualità della pittura “impegnata” di Vespignani, Attardi e Calabria

Dal 03/03/2021 al 31/03/2021
Orari: dal Lunedì al Venerdì 10-13 | 16-19.30 sabato 10-13

Roma negli anni Sessanta. L’attualità della pittura “impegnata” di Vespignani, Attardi e Calabria

 

a cura di Serena Di Giovanni

 

«La pittura per me è sempre stata una leva per conoscere il mondo». Queste, le parole di Renzo Vespignani in una delle sue ultime interviste, nelle quali è possibile riconoscere la sintesi della sua ricerca artistica, che ha visto tradurre in pittura «l’innocenza e la crudeltà» di una città in ricostruzione – Roma, appunto – dopo la seconda guerra mondiale (R. Vespignani, Diario, 1944). Proprio verso la fine degli anni Cinquanta, Vespignani si occupa assiduamente di descrivere le periferie dell’Urbe: la borgata e, tra tutte, Portonaccio, in prossimità del quartiere San Lorenzo, che conosce bene, perché vi è cresciuto. Alle sue spalle, l’occupazione nazista, il dramma e l’eccitazione della ricostruzione nel secondo dopoguerra, gli sfollati, le case bombardate e le persone mutilate. Immagini dure che si traducono in iconografie altrettanto “dure”, restituite da un linguaggio forte, con accenti espressionisti. Come forti sono i racconti di Pier Paolo Pasolini di quegli anni, che pure scrive di Vespignani come di un pittore capace di raccontare il mondo popolare e «i luoghi del proletariato» attraverso una «ricerca profonda», mediante un’operazione di «scavo». Un pittore in grado cioè di restituire la «passione violenta» con una «precisione raffinata» [P. P. Pasolini, “Renzo Vespignani. Periferia di Roma”, catalogo della mostra (Roma, Galleria “L’Obelisco”, 16-26 novembre 1956), Roma 1956].

 

Quella di Vespignani è una pittura di “impegno sociale”, fortemente ideologizzata, che accumuna, verso la seconda metà degli anni Cinquanta del Novecento, artisti diversi per background e percorsi, tra cui Ugo Attardi ed Ennio Calabria, uniti poi dall’esperienza de “Il pro e il contro”, avviata negli anni Sessanta del secolo scorso. Se per Vespignani, romano d’origine, la “città eterna” è, in effetti, punto di riferimento imprescindibile fin dalla nascita, per Attardi e Calabria l’incontro con una realtà complessa come quella romana procura suggestioni diverse.

 

Giunto a Roma nel 1945, il ligure Ugo Attardi subisce immediatamente il fascino di una città che egli stesso definisce «inquieta, tanto bella quanto pericolosa». Nel corso della sua produzione pittorica – oltre ai più noti nudi femminili – l’artista rappresenta scorci, tetti e ponti romani, alcuni dei quali contrassegnati da un “espressionismo” quasi “scipioniesco” nelle loro forti e accese cromie rosse. In un’intervista, egli dichiarerà di essere rimasto colpito dai «vizi» e dall’«infamia» della città, ma anche dalla sua «storia», da ciò che essa rappresentava e non riusciva più evidentemente a rappresentare agli occhi di un artista immigrato. Attardi rimane affascinato dalla «complessità» di una realtà che, ieri come oggi, è in grado di stimolare interesse proprio per le sue contraddizioni. Tracce della “storia” dell’Urbe emergono costantemente nelle sue vedute della città, anche in quelle più tarde degli anni Ottanta e Duemila, caratterizzate da ponti, abitazioni e rovine in lontananza [U. Attardi in «Artisti allo specchio – Ugo Attardi (1923-2006)»].

 

Originario di Tripoli, Ennio Calabria arriva a Roma sul finire degli anni Cinquanta. I temi della metropoli e delle trasformazioni urbanistiche, sociali ed economiche, che negli anni Sessanta stavano interessando diverse città italiane, Roma compresa – in pieno boom economico – vengono implicitamente inseriti in una riflessione più ampia, filosofica ed esistenziale, sul mutamento della società e dell’uomo, di cui la pittura, per Calabria, è certamente testimone. In quest’ottica, la metropoli brulicante e in trasformazione e le sue conseguenti derive divengono spesso una metafora della società che tende all’involuzione e, più in generale, uno strumento per documentare le metamorfosi dell’uomo contemporaneo. Tematica, questa, a lui cara, proposta in diverse opere tra le quali “La città che scende” del 1963 – in evidente antitesi a “La città che sale” di Umberto Boccioni – e ancora oggi nucleo centrale della sua ricerca artistica.